11/12/17

DAI PRESIDI DEL 24 NOVEMBRE PER NADIA LIOCE ALL'AVANZAMENTO DELLA CAMPAGNA LANCIATA DAL MFPR

Il 24 a L'Aquila ai presidi, organizzati dal Mfpr, davanti al Tribunale e al carcere, in solidarietà con Nadia Lioce, sono state presenti decine e decine di realtà dal nord al sud, alcune di queste erano per la prima volta a L'Aquila. Grazie a questa partecipazione e alla determinazione delle compagne e compagni presenti sono stati rotti i divieti della polizia, della Digos, che pretendeva di confinare il presidio lontano centinaia di metri dal Tribunale e negare il presidio al carcere.
Siamo riusciti a far sentire il grido di "libertà" anche nell'aula grigia del Tribunale.
Il 25 novembre, poi, l'Mfpr ha portato la battaglia per Nadia Lioce, nella grande manifestazione di oltre 100mila donne a Roma, facendo conoscere e diventare di massa questa questione fortemente discriminante.

Dobbiamo essere orgogliose, orgogliosi di tutto questo. La giusta battaglia, in difesa delle condizioni di vita dei prigionieri politici rivoluzionari e, in particolare per Nadia Lioce, unica donna da 12 anni in regime del 41bis, contro la "tortura bianca" del 41bis, si impone, ha conquistato, attraverso una vasta campagna nazionale, i presidi precedenti e  la massiccia raccolta di firme, migliaia di donne,
giovani, intellettuali, democratici coerenti, rivoluzionari, ecc; ha fatto diventare la questione della solidarietà e della libertà dei prigionieri politici un fatto di massa, facendola uscire dai ristretti ambiti di ceti politici, e ha posto all'odg la necessità della lotta continua e dovunque contro lo Stato borghese, lo Stato di polizia, la legittimità della lotta rivoluzionaria contro questo sistema sempre più di moderno fascismo.

Un utile aiuto in tutto questo viene dalla dichiarazione presentata dalla stessa Nadia Lioce al processo. Essa rafforza l'analisi/denuncia dettagliata di cosa è, come viene applicato e a chi in realtà viene applicata e perchè la "tortura" del 41bis verso i prigionieri politici rivoluzionari.

COME PROSEGUIRE ORA?
Dobbiamo fare passi avanti nella campagna.
Vogliamo ora mettere al centro una nuova parola d'ordine: "DALL'APPELLO, DALLE FIRME ALLE ASSEMBLEE"
Cioè, dandoci tempi adeguati, intendiamo proporre a chi ha sostenuto l'appello, con firme, e soprattutto con messaggi, di organizzare insieme a noi assemblee nei propri territori, affinchè si dia una base più estesa di massa, visibile alla campagna per Nadia Lioce. Assemblee per spiegare ai lavoratori, ai giovani, alle realtà di movimento locali, alle donne in lotta contro le violenze reazionarie di questo sistema sociale, la vicenda Nadia Lioce e dei prigionieri politici rivoluzionari, interna all'azione repressiva violenta dello Stato; per denunciare (avvalendoci del testo di Nadia Lioce) cosa è realmente il 41bis; per chiamare alla solidarietà in varie forme, raccogliendo vari contributi.
Attraverso questo percorso vogliamo arrivare alla prossima udienza in maggio del processo a Nadia Lioce, per essere tante e tanti di più.

MFPR

17 novembre a Milano, presentazione opuscolo "Le donne nella rivoluzione bolscevica"


Sui presidi del 24 novembre a L'Aquila dalle Ribelle di Panetteria occupata e dalla Campagna Pagine contro la tortura

Di seguito comunicato di solidarietà dalle Ribelle di panetta e più avanti di Campagna Pagine contro la tortura. In calce lo scritto di Nadia Lioce

'Come Collettivo Ribelle della Panetteria Occupata di Milano ribadiamo con forza il carattere repressivo, disumano e abominevole del regime di 41 bis. Come compagne anticapitaliste, antimperialiste, antifasciste ed antisessiste siamo contrarie all'annientamento della dignità umana, sociale e politica di chiunque fuori o dentro le galere. A maggior ragione siamo vicine a chi nelle carceri lotta per il miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri e contro il regime di 41 bis.
Appoggiamo quindi iniziative come il presidio dell'Aquila del 24 novembre che danno voce a chi lotta contro la tortura.
Esprimiamo in particolare tutta la nostra solidarietà alla compagna Nadia Lioce, unica donna politica sottoposta al regime di 41 bis, nella convinzione che la lotta contro il 41 bis appartenga a tutte e a tutti.
Un abbraccio resistente a Nadia e a tutti coloro che lottano contro le ingiustizie!

Collettivo Ribelle – Panetteria Occupata Milano'

COSA CI STANNO FACENDO

L'AQUILA, 24 NOVEMBRE: UNA GIORNATA DI LOTTA!



La mobilitazione dello scorso 24 novembre a L'Aquila, in occasione di un processo alla prigioniera delle BR-PCC Nadia Lioce, era inserita in un percorso di lotta anti-carceraria; tale percorso individua il regime di 41bis come l'apice, la punta di diamante del sistema di repressione italiano, nonché “scuola” per le amministrazioni penitenziarie di tutti gli stati occidentali e non solo (pensiamo ad esempio alla Turchia).



Come campagna “pagine contro la tortura” nell'ultimo anno e mezzo, e come compagni e compagne contro il carcere, da una decina di anni a questa parte, abbiamo lanciato a più riprese diversi appuntamenti nel capoluogo abruzzese, proprio per la presenza in quel territorio del supercarcere che rinchiude oltre 100 persone, quasi tutte ristrette in 41bis.



Lo scorso 24 novembre ci siamo così recate/i a L'Aquila da differenti parti della penisola individuando nel processo a Nadia una doppia occasione: poter solidarizzare con lei, accusata per una serie di proteste contro le condizioni di detenzione, attuate per mezzo di battiture, e per  ribadire che il 41bis, regime detentivo cui la compagna è sottoposta da 12 anni, è tortura.



Di fronte all’entrata del tribunale, un presidio con striscioni e volantini è stato partecipato da decine di solidali, mentre una cinquantina di persone hanno preteso, con necessaria determinazione, di poter essere presenti in aula; e così è stato.

Per molti/e era la prima volta che ci si trovava a un processo con l'imputata in videoconferenza, prassi obbligata per chi come Nadia si trova in 41bis, ma negli anni estesa anche ad altra “tipologia” di detenuti/e.

La videoconferenza è solo un esempio di come ciò che viene normato per la detenzione speciale, diventi poi “normale”, “di normale amministrazione” appunto, quindi “accettabile”, così da poter passare agli altri circuiti del sistema carcerario con una certa, supposta, legittimità.

Insomma, noi dall'altra parte dello schermo abbiamo potuto, per ora, solo immaginare cosa possa significare essere privati della possibilità di scambiare qualche sguardo complice con i propri affetti, sentire da vicino la solidarietà di chi è presente in aula, confrontarsi simultaneamente e non per interposta persona con i propri avvocati, eventualmente intervenire rispetto alle cose che vengono dette nel processo che si sta subendo... Proprio in questa udienza, che ha visto la partecipazione di un'ispettrice dei G.O.M. (reparti “specializzati” della polizia penitenziaria operativi nelle sezioni del 41bis) come testimone dei fatti imputati alla compagna, è stato particolarmente difficile non esprimere sdegno. La naturalezza con cui questa guardia riferiva le condizioni di detenzione (leggere: di annientamento psico-fisico) all'interno delle sezioni a 41bis, imposte dalle regole scritte sull'ordinamento penitenziario, e che lei “doveva” rendere esecutive, era di-sar-man-te: se c'è scritto che vanno fatte 3 perquisizioni al giorno, si fanno 3 perquisizioni al giorno. Punto. Se vige il divieto assoluto di comunicare tra detenute, la diretta conseguenza anche solo di un cenno della testa o di uno sguardo è il rapporto disciplinare. E così via. Candidamente.



D'altra parte, il dato rilevante di questa udienza, e che in qualche modo segna una novità, è stata la presa di parola da parte di Nadia, che ha presentato alla corte un documento di una decina di pagine in cui ha ritenuto necessario ripercorrere i passaggi della detenzione speciale, dall'art.90 al 41bis, descrivendo la natura vessatoria delle condizioni cui si pretende di sottoporre i detenuti e le detenute in 41bis, contestualizzandole e rendendo chiaro quanto grottesche possano risultare le accuse a lei rivolte in questo processo. È un documento prezioso e ci sembra evidente che quella sollevata dalla compagna sia una questione di principio, posta con la presentazione di questo testo come memoria processuale, così da farlo giungere all'esterno, tra le mani di noi tutti/e. Nella memoria appunto, che pubblichiamo in fondo a questo testo, Nadia ci consegna la testimonianza diretta di ciò che ci stanno facendo. E tutte/i noi abbiamo la responsabilità di farne a nostra volta memoria. Memoria viva, perché ciò che stanno facendo a oltre 700 persone sottoposte in Italia al cosiddetto carcere duro, è ciò che potrebbe in un modo o nell'altro riguardarne molte altre. I paletti della legalità sono nelle mani dello stato, e dove vengano di volta in volta piantati dipende dal terreno fertile che trovano. Una parte in campo spetta sicuramente a chi ritiene di non potere e volere accettare in silenzio la tortura dell'isolamento, così come le condizioni di sfruttamento, imposte, torniamo a dire, candidamente dagli stati. Che questo terreno diventi quarzo!



Possiamo senz'altro dire che non sia stato il silenzio a caratterizzare la giornata del 24: arrivati al momento del rinvio alla successiva udienza, fissata per il 4 maggio 2018, grida e cori si sono alzati dalle file dei/delle solidali in aula, è stato aperto uno striscione con su scritto 41BIS = TORTURA, qualcuno ne ha sottolineato il significato con un discorso estemporaneo... Nel frattempo il giudice faceva sgomberare l'aula, ma l'udienza era già finita e il corteo di solidali, con lo striscione alla testa, lasciava il tribunale raggiungendo il presidio all'esterno.

Di fatto non sappiamo se le nostre grida siano giunte fino a Nadia, il cui collegamento audio potrebbe essere stato prontamente interrotto; d'altra parte questo dispositivo fa parte del meccanismo perverso di annientamento pianificato ed applicato.

Lasciato il tribunale in un'ottantina ci si è diretti al carcere dove, con un presidio ricco di interventi a microfono aperto si è cercato di raccontare la giornata, rompere la monotonia della vita internata e mandare un messaggio di solidarietà a Nadia e a tutti i detenuti e le detenute che non abbassano la testa.



Di fronte all'abominio possiamo alzare le spalle in un gesto di rassegnazione e girare la testa dall'altra parte, oppure guardare dritto in avanti e rimboccarci le maniche! Quest'ultima la nostra scelta!





1° Dicembre 2017



CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”




Di seguito la memoria processuale di Nadia:



Al Tribunale Penale de L'Aquila



Leggi il documento on line o scaricalo per la stampa.

Una mattina mi son svegliata, I muri della scuola erano imbrattati dai manifesti della lurida feccia fascista. Ci siamo rimboccate le maniche, abbiamo ripulito tutto e...siamo state portate in caserma per questo!

Napoli - Ci si è svegliati con le nostre scuole imbrattate da luridi  manifesti della feccia fascista. Immediatamente le studentesse dell'area Flegrea hanno ripulito la loro scuola, fin quando sono state fermate e portate in commissariato da una volante di Polizia. Chi ripulisce le scuole da imbrattamenti fascisti viene fermato e portato in caserma, come capita a Camilla e Samuela???

Solidarietà alle studentesse napoletane! L'Antifascismo minitante ci riguarda tutte!



07/12/17

Dal memoriale di Nadia Lioce

La lotta di Nadia Lioce e la campagna di massa del MFPR e di Pagine contro la tortura hanno rotto il muro di silenzio intorno alle reali condizioni di detenzione delle donne rinchiuse in 41 bis nel carcere dell'Aquila. L'isolamento assoluto, i soprusi continui, il divieto di parlare e di protestare sono solo il vertice della piramide repressiva che mira a schiacciare la solidarietà di genere e di classe intorno alle prigioniere politiche. Questa piramide dobbiamo erodere, dal basso, come solo può fare una vera marea!
Con lo striscione LIBERTA' PER NADIA LIOCE abbiamo contaminato la marea delle donne presenti in piazza il 25 novembre. "Nadia c'è" si leggeva in un cartello dietro a quello striscione. Bene, ora vogliamo che quel cartello e quello striscione attraversino le piazze e le assemblee di tutti i territori dove la nostra campagna è arrivata. Ma per farlo è bene ripartire proprio dalla lettura del memoriale di Nadia Lioce, depositato il 24 novembre al Tribunale dell'Aquila in occasione del processo che la vede imputata per "disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale".
Qui proponiamo uno stralcio del memoriale di Nadia, pubblicato su Il Dubbio del 30 novembre 2017.
Il memoriale completo è disponibile anche su questo blog

"41bis: vietato dire buongiorno, colloqui limitati e costrette a denudarsi"



Il Dubbio, 30 novembre 2017

Nel memoriale dell'ex Br Nadia Lioce le condizioni di vita al 41bis, i divieti totali, le misure disciplinari, la riduzione dei colloqui, dei quaderni, dei libri, delle sigarette. e la proibizione assoluta di rivolgere la parola agli altri detenuti.
Pubblichiamo alcuni passi della memoria scritta da Nadia Lioce in cui descrive le condizioni di vita in regime di 41bis. Nadia Lioce è l'esponente delle nuove Br che fu arrestata nel 2003 dopo uno scontro a fuoco nel quale morì un agente della Polfer. È stata successivamente condannata all'ergastolo per gli omicidi D'Antona e Biagi.
Il testo di questo memoriale è stato depositato dai suoi legali nel corso dell'udienza che si è tenuta lo scorso 24 novembre davanti al Tribunale dell'Aquila chiamato a pronunciarsi sulla denuncia per "disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale". Dopo una lunga serie di misure restrittive che avevano portato alla drastica riduzione del numero dei libri, quaderni e documenti tenuti in cella, Lioce aveva dato vita ad una serie di proteste battendo con una bottiglietta di plastica sul blindato delle propria camera detentiva.

La parola segregata - Non un "buongiorno" può essere scambiato. Così come effettivamente disposto dalla direzione dell'istituto de L'Aquila in data 6 novembre 2016. Un divieto di scambio di saluto tra detenuti presenti all'interno di una medesima sezione, che in concreto interruppe questa sopravvissuta tradizione e che è una delle espressioni, materializzate, di quella ambiguità aleggiante sulle regole del 41bis, che si genera tra disposizioni di legge, disposizioni del decreto di 41bis, apparentemente a raggio di azione circoscritto; e contenuti di giurisprudenza costituzionale (esempio: sent. C. Cost. 122/2017) che, dagli asseriti legittimi limiti alla comunicazione dei detenuti appare escludere, e con un argomento pesante quale quello dell'inviolabilità della persona, la possibilità di precludere comunicazioni tra detenuti compresenti in una sezione, in quanto argomenta di limitazioni alla facoltà dei detenuti di intrattenere colloqui diretti con persone esterne all'ambiente carcerario. Uno slittamento che pare essere potuto avvenire in una condizione generale formata da una reiterazione di rappresentazioni pubbliche del carcere come un "santuario", ovvero luogo in cui chi vi si trovi è invulnerabile, incontrollabile e incoercibile, opposte alla realtà della prigione, in cui le libertà sono a priori residue, e chi vi è rinchiuso è "coatto", che hanno sollecitato un'aspettativa pubblica giustificante le scelte politiche alla base della legiferazione.
In ogni caso, ricostruendo gli avvenimenti, "la parola" segregata fu in realtà introdotta già da una circolare ministeriale nell'agosto 2008, cioè circa 10 anni fa, plausibilmente come sperimentazione della successiva introduzione legislativa. La "parola", ovvero quella facoltà innata del genere umano che storicamente presso un po' tutte le civiltà ne tipicizza la dignità rispetto alle altre specie animali, viene criminalizzata in se stessa.
Verso il detenuto in 41bis che non si auto-inibisse, lo è dal 2008 in poi con la sanzione disciplinare, sebbene non prevista come indisciplina specifica dall'ordinamento penitenziario né dal regolamento di esecuzione almeno fino al settembre 2017, ma, si presume, suscettibile di sanzione in quanto inosservanza di un ordine. Ma verso chiunque altro "consentisse" al detenuto in 41bis di "comunicare" con "l'esterno" (presumibilmente anche del gruppo) - dal personale penitenziario, all'avvocato, al familiare, a chiunque solidarizza previsione legislativa del 2009 è l'incriminazione penale. E tenuto conto che "verba volant", che significa che le parole non hanno consistenza materiale, né in se stesse potenzialità di effetti materiali, intorno a questa criminalizzazione è venuto a formarsi un grumo antigiuridico potenzialmente ad alto tasso di criminogenità, potendo chiunque essere accusato di qualunque cosa.
Questa innovazione legislativa, insieme a quella che andava a creare un regime speciale per il diritto di difesa del detenuto in 41bis limitandone le ore di colloquio e la durata delle telefonate (ne- anni arrivate alla consulta e dichiarate incostituzionali) e insieme centralizzazione presso un unico Tribunale di Sorveglianza - quello territoriale del Ministero decretante la misura- dei reclami contro i decreti di 41bis, andarono ad integrare il nuovo paradigma del "carcere duro". Un paradigma la cui specificità rispetto al precedente è la capacità di proiezione di conseguenze a largo raggio, molto oltre l'ambito dei suoi "ristretti" o dell'intera popolazione detenuta, venendo ad incidere sul ruolo e sull'operatività di tutta la Magistratura di Sorveglianza.
Il regolamento emendato - Fino al 2005, la sezione 41bis femminile era quella di Rebibbia, a Roma, dove le restrizioni applicate erano quelle di legge e generali, e il personale penitenziario era ordinario. Quella sezione nel 2009 chiuse. In quella aquilana, aperta nell'ottobre 2005, per applicare il "massimo rigore" fu adottato l'espediente di elaborare ed affiggere nella saletta della sezione un regolamento apposito per la sezione, che voleva dare l'impressione che, data la peculiarità di genere della sezione, essendo femminile in un carcere esclusivamente maschile, ne servisse uno apposta, altrimenti esisteva un regolamento di istituto che era vigente a tutti gli effetti.
In realtà, quando nel 2006 fu chiesto di poter acquisire il regolamento d'istituto - tutti gli istituti devono averne uno - non fu opposto un diniego, non sarebbe stato giustificabile, ma fu affissa una copia del regolamento mancante di alcune pagine iniziali e anche al suo interno. Se ne dovette perciò reclamare l'affissione nella sua interezza al Magistrato di sorveglianza. E infatti così fu fatto quando il magistrato lo ordinò. Allora si poté scoprire che, quelle mancanti, erano pagine concernenti modalità di perquisizione personale, quantità e generi alimentari, di vestiario e altro, detenibili in cella. Ambiti in cui la prassi nella sezione femminile non osservava il regolamento a scapito delle detenute, fino a quel momento ancora poco esperte.
La sottoscritta farà alcuni esempio pratici: le "perquisizioni personali con denudamento" venivano fatte con denudamento integrale nonostante il regolamento d'istituto prescrivesse che il detenuto restasse con gli indumenti intimi. Un altro esempio: il regolamento d'istituto prevedeva che in cella si potessero detenere 10 pacchetti di sigarette. Quello di sezione non contemplava l'argomento, sicché la quantità detenibile veniva comunicata oralmente. Diventarono 8, poi 6, poi 4. E il momento della decisione di ridurre da 8 a 6 ecc. era quello in cui nel corso della perquisizione della cella, a quel tempo settimanale, se ne trovavano 7, poi 5 e così via. Alla detenuta veniva contestata la detenzione di un "eccesso", alla previsa e scontata rimostranza, la prima volta c'era l'avvertimento, la seconda il rapporto disciplinare. E così per ogni variazione in senso restrittivo che potesse/ volesse essere inventata. A quel tempo, fino a tutto il 2009, era un metodo, poi è diventato periodico, mentre, più in generale, anche sui generi detenibili in cella il dipartimento ha sussunto molte delle potestà prima in capo, almeno formalmente, ai direttori.

06/12/17

Reintegrate la mamma licenziata”, i dipendenti Ikea di Corsico in sciopero

La rabbia dei colleghi della donna: «Ci trattano come mobili da smontare e rimontare»
I dipendenti di Corsico hanno esibito cartelli con su scritto «Pessima Ikea»
«Ci trattano come mobili da smontare e rimontare. Per loro siamo solo numeri senza diritti». Davanti allo stabilimento Ikea di Corsico alle porte di Milano sono in più di 200. Hanno le bandiere del sindacato e pure dei Cobas. Cartelli con su scritto «Pessima Ikea» e tanta rabbia in corpo. Sono qui a protestare per il licenziamento dopo 17 anni di lavoro di una loro collega, Marica Ricutti, mamma separata e con 2 figli di cui uno disabile, che non sarebbe riuscita a garantire i turni di lavoro dovendo accudire i figli. Al presidio c’è anche lei in un mare di lacrime: «Vi ringrazio tutti. A questa azienda ho dato la vita. Ho avuto un problema. Non ho mai chiesto privilegi ma solo un aiuto. Tutti noi vogliamo lavorare ma al di là del lavoro abbiamo una vita che vogliamo tenere in considerazione».
Della sua vicenda si occuperà la magistratura del lavoro. Ma le proteste tra chi lavora nel colosso multinazionale svedese sono continue. «I nostri turni di lavoro sono regolati da algoritmi. Non siamo più uomini e donne. Solo numeri», giura una signora assai battagliera in mezzo a chi ha aderito a questa fermata tra i 450 dipendenti dello store di Corsico.
Da Ikea replicano che lo sciopero non sarebbe andato poi così bene ma è il solito balletto di numeri, visto che secondo la Cgil l’adesione all’agitazione è stata del 70%. Numeri che contesta il colosso svedese: «Nelle sedi milanesi di Ikea su 1407 dipendenti in 47 hanno aderito allo sciopero». Ma si sa che in altri store come a Sesto Fiorentino in Toscana altri lavoratori hanno incrociato le braccia in solidarietà con Marica e con un loro collega barese licenziato per essere rientrato con 5 minuti di ritardo dalla pausa pranzo. Da Ikea minimizzano poi sull’utilizzo dell’algoritmo per stabilire i turni di lavoro: «Smitizziamo questa storia dell’algoritmo. È impensabile che nel 2017 si possano ancora fare a mano i turni di 6500 persone. La prassi dei cambi di turno tra colleghi concordati con i responsabili è normale. A Corsico dove ci sono 450 dipendenti si registrano circa 1800 cambi turni al mese».
Flessibilità è la parola d’ordine nella logistica e nel commercio su grande scala, le catene di montaggio del Terzo Millennio. Ma la modernità del lavoro ha le sue vittime anche tra i dirigenti. Francesca ha 25 anni di Ikea alle spalle. Da addetta alle vendite è salita nella catena di comando fino a diventare responsabile del reparto mobili, uno dei punti nevralgici del colosso svedese: «Prima mi hanno trasferito a Napoli e poi a Bari. Non volevo ma ho accettato per spirito di servizio. Quest’estate mi hanno annunciato il licenziamento a causa di una ristrutturazione aziendale. È stato umiliante perchè mi hanno chiesto di uscire dal negozio mentre ero in servizio. Mi hanno offerto una buona uscita ma ho rifiutato. Erano disposti a tenermi solo se mi fossi spostata a Cagliari con un contratto part time di 20 ore e 3 livelli in meno di retribuzione». Anche lei si è rivolta a un giudice in questo mondo del lavoro che cambia. E sempre in peggio ricorda Massimo Bonini il segretario della Camera del Lavoro di Milano: «Se vogliono le aziende 4.0 devono garantire anche diritti 4.0. Il lavoro con le nuove forme contrattuali degli ultimi anni è stato completamente dimenticato dalla politica e questi sono i risultati».

05/12/17

Taranto - Ennesimo processo a chi lotta per il lavoro

Domani 6 dicembre 2017 vi è l'udienza per un ennesimo processo relativo a fatti del giugno 2011, in cui era in corso la forte lotta dei Disoccupati Organizzati dello Slai cobas sc., con in prima fila e agguerrite le donne.
18 donne e uomini, compagne e compagni dello Slai cobas sono imputati di riunione non autorizzata a Comune e Amiu, interruzione mezzi Amiu, danneggiamento portone Comune (allora sempre chiuso...).

Una lotta giusta  necessaria, in cui la determinazione, il coraggio delle disoccupate e disoccupati, di fronte ai vari tentativi di spegnerla con la repressione o con la divisione, vinse e portò a parziali risultati di occupazione - nella raccolta differenziata e poi nella Pasquinelli, in vari appalti comunali della Coop L'Ancora, ecc.

Ma nonostante siano passati 6 anni e mezzo, quella lotta deve essere repressa, anche come monito, minaccia verso altri disoccupati e lavoratori.

E ancora una volta a Taranto assistiamo ad una (in)Giustizia che mentre assolve "egregi" imputati del processo Ilva (vedi il parroco dei Tamburi), mentre non dà ancora giustizia per malati e morti sul lavoro e da inquinamento; vuole condannare chi a Taranto lotta per il lavoro, per i diritti - alcuni delle disoccupate in lotta e imputati sono dei quartieri inquinati Tamburi e Paolo VI.

NOI DOMANI SAREMO IN TRIBUNALE A GRIDARE LA NOSTRA GIUSTIZIA!

LAVORATRICI E DISOCCUPATE SLAI COBAS per il sindacato di classe